DA FONTE DI MORO DI CITTÀ SANT’ANGELO
La specie Palaeolaxodon antiquus piú conosciuta come Elefante antica, giunse in Europa dall’Africa circa 850.000 anni fa e si estinse intorno ai 40.000 anni fa durante l’ultimo periodo glaciale.
Era un elefante imponente, aveva un’altezza di oltre 4 metri al garrese, volta cranica appiattita e zanne lunghe, quasi rettilinee.
Prediligeva vivere in ambienti di prateria arborata percorsi da fiumi e in condizioni climatiche miti.
Resti fossili appartenenti a questa specie sono stati ritrovati in diverse località dell’Abruzzo: lungo la fascia costiera e le vallate fluviali, e nelle conche interne, un tempo ricche di ambienti umidi.
LA DIFESA O ZANNA
Di forma slanciata, debolmente ricurva, poteva appartenere, date le dimensioni contenute, a un esemplare di femmina adulta oppure di maschio ancora in fase di crescita. Al momento del rinvenimento risultava conservata nella sua interezza, con una lunghezza di circa 2,10 metri e un diametro massimo di 27 centimetri nella sezione contenuta nell’alveolo oggi mancante.
IL RITROVAMENTO
La zanna giaceva all’interno di depositi alluvionali del fiume Fino, databili all’inizio del Pleistocene superiore tra 125.000 e 75.000 anni fa. Fu rinvenuta nel marzo del 1977 a seguito di prelievi di materiale ghiaioso, effettuati durante i lavori di costruzione dell’autostrada Adriatica, e dei successivi lavori per rimpianto di un vigneto.
IL RECUPERO
L’Istituto di Paleontologia dell’Università di Napoli “Federico II” fu incaricato dalla Soprintendenza del recupero della difesa, che venne eseguito dal prof. Gluseppe Leuci, coadiuvato da alcuni membri dell’Associazione Sole Italico di Sulmona, ai quali si deve la segnalazione del rinvenimento.
Per motivi che non si conoscono, il trasporto a Napoli per il restauro e lo studio, prassi abituale in quegli anni, non avvenne.
LA RISCOPERTA E IL RESTAURO
A distanza di trentaquattro anni, nel giugno del 2011, la difesa è stata riscoperta, grazie all’interessamento dell’Amministrazione comunale vigente, in uno del magazzini del Municipio, in
condizioni di forte degrado, frazionata in tre porzioni avvolte in una tela di iuta imbevuta di gesso e mancante di alcune parti.
Il complesso intervento di restauro conservativo, eseguito nel Laboratorio di Paleontologia della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, ne ha infine consentito l’attuale esposizione al pubblico.


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